Viviana Medeghini
blog

15 gennaio 2026

Sporcarsi รจ sempre stata la risposta

Da piccola mia mamma mi sognava diversa.

Mi voleva composta, aggraziata, una di quelle bambine che stanno dritte con la schiena, le mani in grembo e il sorriso educato.

Ci ha provato davvero. Con convinzione.

Prima la danza classica. 

Poi il pianoforte.

Al pianoforte, ovviamente, ero negata. Ma non perché mancassi di impegno.

Semplicemente non era quello che volevo fare.

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Io volevo suonare la batteria.

Sentire il ritmo nel corpo, non la disciplina nelle dita.

I pizzi, i cerchietti con le coccarde, i vestiti di tulle che pungevano e frusciavano troppo.

Insisteva perché indossassi quei vestitini vaporosi che sembravano usciti da una fiaba.

Peccato che io, nella fiaba, non ci volessi stare.

Io amavo i vestiti di mio fratello, che aveva sei anni più di me.

Erano larghi, comodi, sapevano di libertà.

Adoravo le salopette di jeans, al punto che me le sarei tenute addosso anche per dormire.

Giocavo a calcio. Correvo. Cadevo. Avevo le ginocchia perennemente coperte di croste e graffi, come medaglie al valore.

E quando mi obbligava a mettere un vestitino?

La mia ripicca preferita era saltare nelle pozzanghere di fango.

Più era sporco, meglio era. Un modo silenzioso ma chiarissimo per dire: “Questa non sono io”.

Col tempo ho capito una cosa fondamentale: l’indole di un bambino non si cambia.

Puoi provarci. Puoi forzare, correggere, spingere, modellare. Ma più cerchi di trasformarlo in qualcosa che non è, più lui , se ne ha la forza , cercherà di affermare se stesso.

A volte con la ribellione, a volte con il silenzio, a volte sporcandosi di fango.

E non sempre, però, i bambini hanno quella forza.

A volte non riescono a ribellarsi e allora si adattano. Si confondono. Imparano a essere ciò che viene richiesto invece di ciò che sentono. Ed è lì che si perde qualcosa di prezioso.

Forse è anche per questo che oggi lavoro con i bambini attraverso i miei laboratori artistici.

Ogni giorno scelgo di ascoltarli davvero. Di osservare come si muovono, cosa scelgono, come usano i colori, cosa evitano, cosa li accende. Cerco la loro vera anima, non quella che qualcuno vorrebbe al posto loro.

Perché l’arte non serve a far diventare tutti uguali, ma a tirare fuori l’autenticità.

A dare spazio a ciò che già esiste.

Col tempo ho capito anche questo: se una cosa non la senti, non fa parte di te.

E allora non può riuscirti bene. Nemmeno se ti impegni. Nemmeno se studi. Nemmeno se vuoi compiacere a tutti i costi. Nemmeno se dall’altra parte c’è l’amore più grande, quello di una madre.

È come provare a dipingere usando un colore che non ti appartiene.

Puoi anche stenderlo con precisione, seguire le regole, restare dentro i margini. Ma resterà sempre spento. Senza vibrazione. Senza verità.

Diamo il meglio solo quando scegliamo i nostri colori. Quelli che ci somigliano, quelli che ci scaldano le mani, quelli che ci fanno sporcare senza paura. Solo lì il gesto diventa naturale. Solo lì nasce qualcosa di autentico.

Forse è per questo che oggi, lavorando con i bambini, nei miei laboratori, scelgo prima di tutto di ascoltare. Di osservare quali colori cercano, quali evitano, quali li fanno brillare.

Perché nessuno dovrebbe crescere sentendosi sbagliato solo perché non è stato dipinto con la tonalità giusta.

E se devo essere sincera fino in fondo, io quella bambina un po’ me la porto ancora addosso.

Ancora oggi non amo restare pulita. Ancora oggi mi sento davvero me stessa solo quando mi sporco. Principalmente di colore.